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Litri senza Etichetta: Il Vino Sfuso che Resiste nelle Caraffe d'Italia

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Litri senza Etichetta: Il Vino Sfuso che Resiste nelle Caraffe d'Italia

Photo: rustic Italian osteria wine carafe pouring red wine from barrel, via thumbs.dreamstime.com

C'è un gesto che non si è ancora spento in Italia: quello di presentarsi alla rivendita di quartiere con una bottiglia vuota e uscirne con un litro di vino rosso, versato da un rubinetto di ottone, per pochi euro. Nessuna etichetta, nessun annata, nessun nome del vitigno. Solo un vino che si beve, appunto, e che resiste all'epoca della scheda tecnica e del punteggio in centesimi.

Il vino prima del vino da tavola scritto

Lo sfuso è la forma più antica di commercializzazione del vino italiano. Prima che le denominazioni ordinassero il mercato, il vino viaggiava in botti, damigiane e botti di rovere, e si consumava nel raggio di pochi chilometri dal luogo di produzione. Il contadino portava il litro al baratto, l'osteria di paese lo rivendeva a misura, e nessuno si poneva la domanda dell'origine: l'origine era il vicino.

Ancora oggi, in zone del Piemonte, dell'Oltrepò, degli Abruzzi e della Puglia docciana, esistono cantine che sfusano una parte della produzione. Non per nostalgia, ma perché esiste una clientela fedele che non chiede altro: un vino onesto, di stagione, che accompagni il pranzo senza pretendere di dominarlo.

Le rivendite urbane: ultimi custodi del litro

Nelle città lo sfuso si è ritirato in una rete silenziosa di rivendite, spesso anonime, aperte solo al mattino o nel tardo pomeriggio. A Roma, a Napoli, a Palermo, si contano ancora decine di indirizzi dove si riempiono bottiglie da un litro con vini dei Castelli, del vesuviano o dei monti Sicani. La clientela è spesso anziana, ma non solo: negli ultimi anni si sono avvicinate anche generazioni giovani, attratte dal prezzo, sì, ma anche dall'idea di un consumo senza imballaggi e senza marketing.

Parliamo con un rivenditore del quartiere Tuscolano, che preferisce non dare il nome della sua attività: "Il mio vino non ce l'ha un nome. Il cliente lo chiama 'il rosso'. Da trent'anni che lo compro dallo stesso contadino vicino a Velletri. Se gli mettessi un'etichetta, sembrerebbe un altro vino".

Cosa c'è nel bicchiere, davvero

Lo sfuso non è necessariamente vino di pregio, ma nemmeno necessariamente vino scadente. È vino di piccola scala, spesso prodotto con uve locali non dichiarate, vinificato in modo tradizionale, senza passaggi di cantina che ne alzino il costo. Il suo carattere è quello dell'annata e del territorio: più solare negli anni caldi, più asciutto nelle vendemmie piovose. Chi lo consuma da decenni riconosce il cambiamento di stagione come si riconosce il volto di una persona.

Un futuro senza bottiglia

La normativa comunitaria sullo sfuso si è fatta più severa, e molte rivendite hanno chiuso o si sono convertite alla vendita in bottiglia chiusa. Eppure il gesto resiste, perché risponde a un bisogno che le etichette non soddisfano: quello di bere un vino quotidiano, senza cerimonia, nel piatto di tutti i giorni. Finché esisterà una tavola italiana che chiede semplicità, la caraffa avrà ancora qualcosa da dire.

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